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Tutti gli errori di Keynes
Sabato, 1 Settembre 2018

 

Tutti gli errori di Keynes

 

 

Il comune buon senso ci suggerisce che politiche che creano denaro dal nulla non fanno altro che produrre inflazione.  Se si stimola l’economia con politiche espansive che incrementano la domanda senza un corrispondente aumento dell’offerta   si creano effetti inflazionistici. Questi effetti si producono prevalentemente a livello di beni e servizi e di asseti finanziari o immobiliari. La bolla immobiliare del 2008 è l’esempio più vicino alla nostra percezione. L’effetto delle bolle è che esse prima si gonfiano e poi esse crollano violentemente lasciando l’economia in una condizione di recessione. Keynes sosteneva che l’inflazione fosse preferibile alla deflazione perché quest’ultima costituiva la premessa della crisi economica. In realtà la deflazione può costituire a parità di produzione un effetto benefico perché aumenta il potere di acquisto dei consumatori ed è quindi preferibile all’inflazione che arricchisce solo chi sa e può anticiparne gli effetti. In sostanza la politica keynesiana che è basata sull’obiettivo di stimolare l’economia attraverso la spesa pubblica in disavanzo e bassi tassi di interesse costituisce la causa delle attuali crisi finanziarie ed economiche. Questo è quanto emerge da una lettura critica della teoria keynesiana che serve per capire e contrastare i numerosi paradossi delle ricette keynesiane. Uno di questi è rappresentato dalla errata credenza dei keynesiani che gli investimenti determino il livello del risparmio e non viceversa che un tasso di interesse basso stimolando la domanda di credito avrebbe effetti benefici sulla produzione. In realtà, il buon padre di famiglia, per far quadrare i conti, prima aumenta il risparmio e poi eventualmente destina tale risparmio ad uno scopo produttivo.  Allo stesso modo dovrebbe accadere anche per l’intera società. Ma Keynes amava i paradossi e sostiene che ciò che è vero per il singolo può non essere vero per la collettività (invertendo la direzione di causalità).   In sostanza per Keynes è la spesa a creare la ricchezza anche quando questa è finanziata con il debito dello Stato ed anche quando essa è improduttiva. Ma appare chiaro che oramai tali ricette sono la causa delle profonde depressioni nelle quali i paesi capitalisti (a cominciare dalla grande depressione del 1929) si sono trovati a combattere senza ottenere risultati apprezzabili. Inoltre la celebre massima keynesiana (nel lungo periodo saremo tutti morti) induce i politici ad adottare provvedimenti di politica economica in una visione di breve periodo. Questa è la causa delle numerose distorsioni che tali interventi causano al fisiologico andamento dei prezzi e dei salari.  Questi ultimi devono essere flessibili perché l’economia possa auto-correggersi e non rigidi verso il basso come vorrebbero i fautori delle politiche keynesiane. Un meccanismo auto-correttivo funziona solo se i prezzi e dunque i salari sono flessibili perché altrimenti si annulla la possibilità di profitto delle aziende e si perdono le risorse da destinare agli investimenti e alle innovazioni. Dopo che il 20° secolo è stato caratterizzato da una prevalenza delle politiche keynesiane (lo stesso NIxon nel 1971 disse che oramai si era tutti keynesiani) anche il 21° secolo è iniziato con un impronta tipicamente keynesiana. Lo stesso George W.  Bush (repubblicano), prima di decadere dal mandato di presidente degli Stati Uniti, ha adottato provvedimenti di sostegno all’economia e alla finanza. Barack Obama ha continuato con salvataggi ed aumenti di spesa pubblica sulla stessa scia del suo predecessore e gli effetti sono che l’economia americana non ha più alcuno credibilità. Ora il ritmo della ripresa in termini di riduzione della disoccupazione è moderato nonostante l’enorme immissione di liquidità nel sistema e la politica della spesa pubblica che ha determinato un ingente disavanzo del bilancio federale (circa il 10% del PIl) e un notevole debito statale (oltre il 100% del PIl ). Dopo tutte le confutazioni che l’evidenza empirica ha fornito agli osservatori le politiche keynesiane continuano ad essere l’armamentario preferito dei politici dei maggiori paesi capitalistici. La legge di Say è affidata al comune buon senso: l’offerta crea la domanda. Essa   è alla base della supplly-side (politica dell’offerta) che dovrebbe costituire un cambio di paradigma nella visione di esperti e politici. Tuttavia essa è ancora ritenuta meno veritiera degli innumerevoli paradossi su cui è basata la visione keynesiana. Gli autori della Scuola austriaca che sono i più accesi oppositori di questa visione sono ancora poco conosciuti tra i politici di professione e le loro teorie sono ancora poco diffuse tra la gente. Quando l’economia è in crisi è più facile invocare l’intervento della Stato piuttosto che cercare di capirne le cause. In realtà la causa delle crisi è proprio l’eccesso di interventismo che non produce altro che una aggravamento delle condizioni economiche ed un prolungamento dei periodi di recessione. Dovremmo capire una volta per tutte che nel lungo periodo non è immaginabile che saremo tutti morti. Nel lungo periodo c’è sempre chi   sopravvive. Ed è per il bene di costoro che non dovremmo intaccare il capitale di sopravvivenza dell’economia in maniera irreversibile così come minacciano di fare le politiche basate su una visione di breve termine. Tali politiche purtroppo sono ancora eccessivamente legate ai dogmi keynesiani.    La storia ha dimostrato che essi sono inconfutabilmente falsi. Si può solo sperare che John Maynard Keynes dopo aver prodotto ingenti danni nelle economie dei paesi avanzati cessi di essere considerato un genio tra i politici che continuano a inflazionare l’economia adottando ancora i suoi consigli.   Non è escluso che se egli avesse vissuto più a lungo e avesse potuto vedere l’uso strumentale fatto dai politici dei suoi suggerimenti di politica economica proprio per la sua originalità e per la sua intelligenza, egli non avrebbe esitato a cambiare idea ed a rivedere la sua visione come emerge da talune testimonianze autorevoli raccolte poco prime della sua morte. Dunque quello che si può non imputare a Keynes è che egli non ha mai ceduto di fronte alle assurde pretese ideologiche dei fautori dell’oggettivismo politico fondato sull’erroneo collettivismo metodologico come non si può imputare a Marx di essere mai   stato fortunatamente   keynesiano. Inoltre l’idiozia dell’assunto su cui è basato il concetto del moltiplicatore è evidente. Una lira in più di spesa pubblica dovrebbe produrre un effetto espansivo sulla domanda di beni e servizi e dunque sulla produzione. Ma è evidente che una lira in più di spesa pubblica implica una lira in più di tassazione e dunque quello che aumenta da una parte regredisce dall’altra. Inoltre una  tale politica produce un effetto distorsivo a favore della burocrazia statale improduttiva e a scapito delle imprese e dei produttori generando un tipo di economia protetta piuttosto che orientata al libero mercato. Il concetto di acceleratore è la illogica conseguenza del concetto di moltiplicatore della domanda o degli investimenti. C’è poco da accelerare o da frenare. L’economia non è una mezzo che si può guidare come se essa fosse una macchina. Essa è il risultato delle azioni dei singoli individui e non può essere coartata e guidata dall’alto come se essa fosse meccanicamente pre-definibile. You can bring the horse to the water but you don’t take him to drink: si può portare il cavallo alla fonte ma non lo si può costringere a bere.

 

 

 

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Il valore di una merce non dipende dalla sua natura, ma dalla stima degli uomini, anche se quella stima è folle. (Diego De Cavarubbias)

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La proprietà è una conseguenza necessaria della natura dell'uomo. (Claude Frédéric Bastiat)

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La tassa migliore è sempre la più leggera.
(Jean Baptiste Say)

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L'economia si occupa dei problemi fondamentali della società; interessa tutti e appartiene a tutti: è il principale e specifico studio di ogni cittadino. (Ludwig von Mises)

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